Riccardo Caldura
"a portata di mano"
Gli aspetti inerenti alla particolare declinazione del concetto di land art presentati in queste ricerche chiedono un chiarimento di fondo.
Con il termine Land Art non va intesa quella corrente artistica, in particolare americana, che intorno alla fine degli anni '60 e la metá degli anni '70 ha proposto una serie di opere ormai storiche che proponevano una dimensione dell'opera d'arte a contatto con la natura ai limiti della possibilitá di fruizione da parte dell'osservatore.
I luoghi stessi dove si sono realizzati i lavori piú noti di Robert Smithson, Michael Heizer o Walter De Maria erano certamente non semplici da raggiungere.
E l'idea di una concezione del "sublime naturale" traspariva nelle opere anche con una certa valenza polemica rispetto a coeve ricerche artistiche che invece continuavano a vedere nella metropoli, e nei comportamenti di massa, i luoghi e i momenti privilegiati della riflessione artistica.
E' sostanzialmente diverso l'approccio invece di esperienze come Ciamps a Pordenone, molto lontane dal sovradimensionamento delle opere storiche della Land Art americana, e lontane anche da una polemica natura/metropoli.
Anzi é nello spazio urbano, nelle aree attrezzate a verde pubblico, o comunque in luoghi raggiungibili senza particolari difficoltá dai visitatori, che si collocano gli interventi proposti nell'area friulana. Interventi che si situano su uno sfondo costituito da una natura che non é irraggiungibile, ma che allo stesso tempo, nella sua vicinanza e disponibilitá, puó essere interpretata in modo non ovvio, cosí da mostrarne un volto solitamente non osservabile. Il che non significa che questi lavori non presentino aspetti sorprendenti, in grado di creare di fatto un momentaneo cortocircuito nelle attese di chi osserva. Ma nella loro concezione e nella loro realizzazione vi é per cosí dire una "misura" che li rende comunque percepibili, fruibili, consumabili. Da parte di chi li osserva con attenzione, e da parte della stessa natura.
Cioé dall'ambiente che ha fornito le materie prime, rigorosamente e esclusivamente naturali, utilizzate per queste opere.
L'idea di consumo, cosí contemporanea e metropolitana, incontra quella naturale di deperibilitá, di esaurimento per azione del tempo e degli agenti atmosferici.
Opere di questo tipo sono fatte per accostarsi alla natura, non per sopravanzarla, e dunque la loro durata, piú o meno effimera, introduce nel concetto di consumo una valenza diversa, legata al ciclo della trasformazione naturale.
Chi lavora in questo modo estrinseca una abilitá in grado di avvicinarsi alla natura, quasi di mimetizzarsi in essa, lasciando ad una ultima differenza, e alla capacitá che ha l'osservatore di cogliere questa ultima differenza, il compito di distinguere due modalitá di attuare la trasformazione, la modifica dell'esistente, del "qui e ora".
Una modalitá é quella della natura, che incessantemente muta le cose che ci circondano, oppure che non le muta mai, perché il mutamento stesso é il modo dello "stare' della natura, mentre nell'uomo la trasformazione é un'azione di modifica consapevole dell'esistente.
L'uomo "vede' la trasformazione e vi si accosta, ne coglie l'implicita, affascinante quanto terribile, possibilitá di modificare l'intorno.
La tecnica é lo straordinario apparato di trasformazione dell'esistente che l'uomo ha elaborato nei secoli, non solo per adattarsi all'ambiente, ma per adattare quest'ultimo alle sue esigenze.
Adesso, in questa nostra epoca della maturitá della tecnica e della sua condizione planetaria, da piú parti, e da approcci disciplinari molto diversi, ci si interroga se la trasformazione (e l'imperativitá) tecnica sia l'unico modo che ha l'uomo di agire nei confronti della natura.
Se non vi siano piuttosto altre modalitá di trasformare le cose, di modificare l'esistente, modalitá che riflettano sul senso della "misura' della trasformazione.
Come se il problema fosse di trovare un punto di mediazione piú attento, meno invasivo, e in qualche modo poeticamente consapevole della valenza trasformativa del gesto umano.
Poeticamente: il che significa saper aprirsi alla discrezione del fare umano.
Promuovendo, nella differenza ultima fra uomo e natura, quel gesto che sappia cogliere ció che l'intorno offre, che sa modificare senza presunzione, ma pur sempre con consapevole abilitá i materiali trovati.
Il fine? Forse nient'altro che la sorpresa, lo stupore suscitati da un'arte che non ha dimenticato la sua vicinanza alla meraviglia.
"within reach"
The concept of Land Art as presented in these projects needs to be clarified.
The meaning of Land Art here does not coincide with that in current artistic usage, particularly in the American sense which, from the end of the 60s to the middle of the 70s pushed the possibility of public participation to the limits.
The places where Robert Smithson, Michael Heizer or Walter De Maria did their work were not at all easy to reach.
The concept of "Sublime Nature" came through as a sort of attack on those artists who saw in the city and mass culture the true subjects for artistic attention.
Events such as "Ciamps" in Pordenone show an approach which is totally different from the American concept and equally divorced from the nature/city debate. In contrast, the works made in Friuli were situated in urban parks or in easily accessible areas.
Works done in easily reachable natural environments can shed new light on the areas in unexpected ways and does not preclude their ability to momentarily defy the expectations of observers.
But the way they are conceived and executed makes them noticeable, enjoyable and "consumable" from the point of view of both the observer and of nature itself which rigorously and exclusively provides the raw materials for these works.
The urban definition of consumption, so modern and urban, meets the natural idea of perishing and of natural decay by the passage of time and weathering.
Works of this kind aim to get close to nature rather than surpass it and so their ephemeral nature introduces a different concept of "consumption" related to natural cycles. Those who work in this way show an ability to get close to nature, almost to be part of it leaving one difference, and the ability of the observer to recognise this difference, which is the distinction between two ways of transforming things, of modifying what already exists in the here and now.
One way is that of Nature in which change or lack of change is how Nature works.
Man on the other hand observes what exists and recognises the possibilities and implications (for good or evil) of changing his surroundings.
Technology is Man's extraordinary instrument not merely of transformation but also transformation to his own requirements. Today, when technology has reached an advanced stage of development, many people from many disciplines are questioning whether this imperative of change is the only way that Man should behave towards Nature.
Are there not other ways of transforming things, to modify the existing: ways which are more measured, watchful and less invasive and somehow sensitively aware of the values and virtue of human transformation?
What in the end is the objective of exploring that gesture which understands what the environment offers and which understands how to transform the materials found without presumption?
Perhaps nothing else but the surprise and astonishment created by an art which has not forgotten its sense of wonder.
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