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Angelo Bertani


Non solo l'economia, ma ormai anche l'arte cerca di delineare una sua proposta di progresso sostenibile. Del resto, stretti come siamo nell'ambiguitá prometeica della tecnica (ora salvifica, ora distruttiva), dobbiamo prendere posizione, non possiamo piú stare semplicemente a guardare. 
"fatto ad arte, quasi naturale, propriamente estetico"

Cosí, in senso opposto rispetto a una certa arte che sempre piú si lega alla tecnica e alle sue logiche, negli ultimi decenni si é andata delineando un'altra arte che rifiuta quelle logiche in nome della difesa dell'autenticitá e della spontaneitá dell'atto creativo, considerato in perfetta consonanza con il dato naturale. Oggigiorno, dunque, assistiamo spesso da un lato alla progressiva concettualizzazione e spettacolarizzazione del prodotto artistico e dall'altro alla tendenza reattiva che intende invece sottolineare la valenza intuitiva e sensibile dell'azione estetica. 
In veritá tale tendenza alternativa non é esente dai pericoli derivanti da una certa indeterminatezza teorica, ma in ogni caso rappresenta un importante antidoto nei confronti degli eccessi di raziocinante programmazione mediatica di cui soffre molta arte dei nostri giorni. Ora, gli interventi artistici di Gabriele Meneguzzi e Vincenzo Sponga vanno proprio considerati nell'ambito di tale concezione intuitiva, estetica e “naturale” dell'arte e piú precisamente si inseriscono, pur con una propria specificitá, nell'alveo dell'esperienza artistica nata con la Land Art degli anni '60 e '70. 
Tuttavia la specificitá della loro azione consiste proprio in un rovesciamento di prospettiva e in un cambiamento radicale degli obiettivi rispetto alla Land Art storica, specie statunitense.Infatti, se é vero che l'ambiente naturale rimane il campo d'azione assolutamente privilegiato, é anche vero che il loro fare artistico non si impone piú come demiurgico e imperativo, ma al contrario, nella maggioranza dei casi, si propone come mimetico e assolutamente integrato nei confronti del dato naturale; se il deserto o gli altri grandi spazi non antropizzati erano divenuti luoghi dell'azione contraddittoriamente antropocentrica della Land Art americana, ora invece il bosco o il giardino, luoghi privilegiati della cultura narrativa e mitopoietica europea, diventano gli ambienti in cui l'artista cerca una fusione empatica con la natura, nella quale ancora si riflette. 
Meneguzzi e Sponga nei loro interventi mettono dunque al bando ogni obiettivo legato alla colonizzazione egocentrica del territorio (dove il segno artistico si impone sull'ambiente) e al contrario ricercano sempre una relazione “sostenibile” con il contesto naturale (per cui il segno artistico si integra con l'ambiente): da qui deriva per coerenza anche la scelta dei materiali, che spesso sono assolutamente naturali, anzi tratti dal medesimo ambiente dell'intervento (com'é il caso di tutti i lavori realizzati a Grindelwald), quasi si trattasse di una assimilazione e di un riutilizzo creativo e metaforico di energie vitali prese a prestito dalla natura stessa. 
Secondo la migliore tradizione delle neoavanguardie anche gli interventi ambientali dei due artisti pordenonesi sono stati progettati per un sito specifico, per un luogo determinato. E peró l'obiettivo ultimo non é stato mai autoreferenziale (l'opera che mostra se stessa) quanto piuttosto relazionale (l'opera invita a guardarsi attorno, a mettersi in relazione con l'ambiente, a considerarlo con occhi nuovi). 

In tal senso un lavoro di Meneguzzi e Sponga non finge mai di essere “natura”, ma invece conserva sempre orgogliosamente il valore di segno umano senza essere per questo prevaricante, aggressivo, impositivo. L'ironia di alcuni lavori é in questo senso molto indicativa e sta a sottolineare proprio il fatto che l'opera, nel momento in cui appare piú mimetica della natura poi se ne distanzia con uno scarto propriamente artistico, che in effetti rivendica la libertá sia pure precaria dell'uomo nei confronti della necessitá a cui deve comunque sottostare la natura. Ecco allora che la scelta dei materiali e le tecniche costruttive, talora raffinate, vanno valutate anche da questo punto di vista: la mimesi della natura non signif

ica annullamento in essa, ma anzi autoaffermazione estetica dell'artista che non rinuncia ad essere tale pur riconoscendosi parte di un tutto che va riconsiderato, tutelato, gelosamente custodito. Non solo perché inscindibile dalla vita stessa, ma anche dalla bellezza che ci aiuta a vivere, sembrano volerci dire Gabriele Meneguzzi e Vincenzo Sponga. 


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